COLLODIO UMIDO – BREVE STORIA

dal 1851 ai giorni nostri

Collodio Umido - breve storia

Collodio Umido – breve storia

Frederich Scott Archer sperimentò per la prima volta la fotografia al collodio umido nel 1851. Prima di lui, la fotografia veniva realizzata con la tecnica dell’albumina e prima ancora, intorno al 1840, con la dagherrotipia.

Il collodio umido, a differenza delle precedenti tecniche, permetteva una straordinaria qualità d’immagine e dei tempi di esposizione molto contenuti, nell’ordine dei 3 – 20 secondi. Questo balzo in avanti rispetto ai tempi di esposizione lunghi del dagherrotipo si basava anche sui nuovi obiettivi con schema Petzval che miglioravano, e di molto, la “velocità” delle lenti allora a disposizione. Si passava infatti da lenti f/11 – f/16 a lenti f/3,7 e quindi dai dieci e più minuti di posa a “soli” 10-20 secondi.

Come si fa il collodio umido?

Archer utilizzò un substrato di collodio per far aderire gli alogenuri di argento ad un vetro trasparente per ottenere una immagine positiva o negativa a seconda delle necessità. La stampa negativa veniva poi utilizzata per stampare copie della fotografia a contatto. Solo qualche anno più tardi vennero introdotte lastre in alluminio e ferro laccati di nero.

Ambrotipia e Ferrotipia

Il collodio umido creato su vetro prende il nome di Ambrotipia mentre quello su ferro o alluminio prende il nome di Ferrotipia. In comune hanno tutto il procedimento di creazione e l’intuizione di Archer nell’utilizzare il collodio come “collante” per gli alogenuri d’argento.

Slow photography… ma non troppo!

Nonostante gli enormi passi avanti fatti sia in termini di resa fotografica (il collodio umido è ancora oggi tra le tecniche più apprezzate e rare) che in termini di tempo di esposizione, il collodio umido presenta un limite importante: la lastra deve essere esposta fintanto che il collodio rimane umido. Una volta seccato infatti, i tempi di esposizione si allungano considerevolmente.
Questo costringeva, e costringe tuttora, i fotografi a lavorare nei pressi dei propri studi in modo da poter preparare la lastra, esporla e svilupparla in tempi brevi (5-10 minuti in estate, 10-15 in inverno).

Proteggere la lastra

Una volta esposta, sviluppata e fissata la lastra va protetta. L’argento tende nel tempo ad ossidare ed è perciò fondamentale rivestire la fotografia con un protettivo.
Storicamente veniva utilizzata la resina di sandracca, una pianta del nord Africa mentre oggi si può scegliere di utilizzare resine sintetiche prodotte per proteggere i dipinti moderni.

Proteggere la lastra

Nonostante siano passati ben più di 150 anni dalla sua invenzione, il collodio umido resta una tecnica di grande fascino e bellezza. Una lastra ben fatta illuminata dal sole è semplicemente spettacolare. Le sue sfumature di bianco altro non sono che argento puro il che rende estremamente preziosa l’opera. Inoltre, una lastra al collodio umido è da considerarsi un “pezzo unico” non riproducibile, il che aumenta il suo valore e apprezzamento nel mercato dell’arte.

Project Francesca

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